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Focaccia genovese gourmet: piccoli accorgimenti che la rendono inimitabile

Margherita Belvisodi Margherita Belviso· 18/08/2026 18:03
Focaccia genovese gourmet: piccoli accorgimenti che la rendono inimitabile

La focaccia genovese è uno di quei piatti che sembra semplice fino a quando non decidi di farla davvero bene. Ho passato anni a perfezionarla, assaggiando versioni di nonnas liguri, lavorando con i fornai storici di Genova e testando ogni variabile in cucina. Quello che ho scoperto è che la differenza tra una focaccia buona e una inimitabile si nasconde in dettagli che nessuno insegna nei ricettari classici.

Non è una questione di ingredienti rari o costosi. La magia sta negli accorgimenti, quei piccoli gesti che trasformano un impasto ordinario in qualcosa di straordinario. È il tipo di conoscenza che si tramanda durante una tazza di caffè in una cucina genovese, non su un foglio. Oggi voglio condividere con te cosa ho imparato.

L'acqua giusta cambia tutto

Comincio da quello che spesso viene ignorato: la qualità dell'acqua. Mi è capitato di recente di preparare focaccia con un ospite che proviene da una città con acqua molto calcarea. Il risultato era completamente diverso da quello che ottengo nella mia cucina a Genova. L'impasto mancava di elasticità, la lievitazione procedeva a rilento.

L'acqua del rubinetto genovese è dolce, quasi priva di minerali. Se la tua non è così, filtrala o usa acqua demineralizzata. Non è una paranoia da purista: gli ioni minerali competono con il lievito per i nutrienti e modificano la fermentazione. Ho notato la differenza anche con le dosi di sale. Con acqua dura, ho dovuto ridurre il sale della ricetta tradizionale del 15% per evitare un risultato troppo salato.

La temperatura dell'acqua è altrettanto critica. Non deve mai superare i 28 gradi quando inizi l'impasto. Ho visto molti improvvisare con acqua tiepida in inverno, credendo di accelerare il processo. Ottiene il contrario: il lievito si attiva troppo velocemente, consuma gli zuccheri disponibili in fretta e poi non ha più energia per la fermentazione lunga che rende la focaccia leggera e digeribile.

L'olio extra vergine non è tutto uguale

Qui entro nel territorio dove la qualità davvero cambia il gusto finale. Non parlo solo di usar olio buono, ma di usare il giusto olio in ogni fase della ricetta.

Per l'impasto, serve un olio ligure robusto, raccolto tra novembre e gennaio. Ha più polifenoli, resiste meglio alla lunga lievitazione e dona quel retrogusto leggermente pepato che caratterizza la vera focaccia genovese. Un lettore mi ha scritto chiedendo perché la sua focaccia al forno risultava amara. Era perché usava un olio delicato della primavera, che ossida velocemente al calore. L'olio invernale, più stabile, avrebbe dato un tutt'altro risultato.

Poi c'è l'olio di finissaggio, quello che metti in superficie prima di infornare. Qui puoi permetterti un olio più delicato, anche extravergine di altre regioni. La focaccia è già nel forno, non avrà il tempo di ossidare. Ma aggiungi questo olio solo 5-10 minuti prima di infornare, non prima. Se lo metti troppo presto, evaporerà e perderai quel lucore irresistibile che ti caratterizza.

Il sale marino e la salatura strategica

Uso sale marino integrale, non raffinato. Contiene ancora i minerali che donano complessità al gusto. Ma il trucco vero è quando e come lo applichi. Molti lo mescolano direttamente nell'impasto, credendo di distribuirlo uniformemente. Io lo faccio diversamente.

Aggiungo una piccola quantità nel lievitò iniziale, poi un'altra parte nella seconda fase. Questo permette al lievito di distribuirsi meglio e rende la fermentazione più controllata. Il sale grosso, quello che vedi sulla superficie, lo distribuisco a mano nella fase finale, premendo leggermente. Non deve essere uniforme: alcuni cristalli più concentrati creano piccole sacche salate che rendono interessante ogni morso.

Ho scoperto questo dettaglio osservando una fornaia a Recco che fa focaccia da trent'anni. Non pesava mai il sale di superficie. Lo sentiva con l'esperienza, e il risultato era sempre perfetto. Ho iniziato a misurarmi con una bilancia, poi ho imparato a sentirlo anch'io. Ora basta guardarla e so se è giusta.

Non salare mai dopo che l'olio è stato aggiunto. Il sale assorbe l'olio e crea grumi che non si distribuiscono bene. Prima olio leggero, poi sale, poi altro olio se necessario.

La lievitazione è questione di tempo e temperatura

Questo è dove perdo più lettori. Tutti vogliono una ricetta con tempi fissi: 4 ore, 8 ore. La realtà è che la lievitazione dipende dalla temperatura ambiente, dall'umidità, dalla forza del lievito. A 20 gradi, una focaccia impiega il doppio del tempo rispetto a 26 gradi.

Io non uso il timer. Osservo l'impasto. Quando la superficie inizia a mostrare piccole bolle d'aria che scoppiano leggermente, quando alzando un angolo senti che è elastico ma non appiccicaticcio, allora è pronto per infornare. Può essere dopo 6 ore o dopo 12. L'importante è che sia cresciuto circa del 50%, non di più.

Una lievitazione eccessiva rende la focaccia friabile, quasi spugnosa, priva di struttura. Una troppo breve la lascia compatta e pesante. Il punto di equilibrio è sottile, e si impara solo facendola ripetutamente.

L'infornata finale, dove succede la magia

Il forno deve raggiungere almeno 230 gradi. Uso una pietra refrattaria scaldata per almeno 20 minuti prima. Questa accortezza cambia la base della focaccia: diventa croccante, non molliccia.

Appena inforna, spruzza il forno con acqua per creare vapore nei primi 10 minuti. Poi ventila leggermente. Una focaccia cuoce bene in 18-22 minuti, non di più. La crosticina dorata è il segnale, non il colore marrone scuro che molti credono sia il "bello".

Estrai la focaccia e lasciacela riposare 5 minuti sulla griglia prima di tagliarla. Un'ultima spolverata di sale marino grosso sulla superficie ancora calda, e un filo di olio. Non è un dettaglio. È quello che trasforma la focaccia da buona a inimitabile.

Margherita Belviso
Margherita Belviso

Appassionata di cucina sin da bambina, Margherita Belviso ha viaggiato per l’Italia raccogliendo ricette di famiglia e storie di piccoli produttori. Ama trasformare ingredienti tradizionali in piatti creativi e racconta nel magazine la bellezza dei sapori italiani autentici.